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	<title>Civiltà in rete &#187; Discutiamo</title>
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		<title>«Civiltà in rete» è un testo originale?</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2009 14:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discutiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[L’originalità di cui qui si parla non è eccentricità. Anche se agli occhi di molti un manuale scolastico digitale può apparire eccentrico fino ai limiti del “fuori di testa”. L’originalità di cui qui si parla è la freschezza del prodotto culturale. Una delle sotto-tragedie dell’attuale sistema scolastico è la caduta di stile senza fine della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’originalità di cui qui si parla non è eccentricità. Anche se agli occhi di molti un manuale scolastico digitale può apparire eccentrico fino ai limiti del “fuori di testa”. L’originalità di cui qui si parla è la freschezza del prodotto culturale.<br />
Una delle sotto-tragedie dell’attuale sistema scolastico è la caduta di stile senza fine della gran parte dei manuali. Gli editori si rincorrono, questo è ovvio, ma a ciò si aggiungano le restrizioni economiche imposte dal mercato e dalle leggi, e ciò che ne conseguirà sarà una carneficina del sapere. E le semplificazioni non sono solo il semplice taglio ai contenuti per risparmiare sul numero di pagine, ma anche il taglio del personale di redazione, con il relativo aumento dei refusi sintattico-morfologici presenti sulle pagine di chi dovrebbe da esse imparare. Siamo ben messi….</p>
<p>BBN non produce oggetti di carta, e quindi è estranea alla logica aziendale che condiziona gli editori tradizionali. I nostri libri di testo – e «Civiltà in rete» ne è il paradigma – possono espandersi in maniera indeterminata, senza costituire un problema neppure per gli zainetti dei nostri ragazzi. E così, il primo manuale di storia per i licei integralmente digitale, si presenta nel suo primo “volume” – in realtà si tratta di 4 moduli assolutamente indipendenti – come una raccolta di quasi 700 pagine di ricerca storiografica totalmente originale.<br />
Originalità scientifica. Non abbiamo inseguito il “come si fa la storia” nelle scuole, né abbiamo annusato l’aria che tira presso gli insegnanti stanchi di insegnare. Abbiamo ristudiato la storia. Abbiamo dialogato con gli esperti e chiesto loro di impegnarsi a divulgare il proprio sapere senza tradire la propria serietà, e dal contatto con gli esperti abbiamo tratto il nuovo materiale didattico utile a comporre un nuovo libro di storia.<br />
Nuovo, certo. Non perché con più pagine a colori o con strane ricomposizioni grafiche di materiali obsoleti, ma perché riscrive la storia alla luce degli ultimi 15 anni di ricerca scientifica. Originale, dunque, perché non appiattisce il discorso su quello che gli insegnanti “si aspettano”, ma stimola a un aggiornamento dei saperi. </p>
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		<title>«Civiltà in rete» è un testo difficile?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2009 09:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Chatel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discutiamo]]></category>

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		<description><![CDATA[Inauguro questo spazio di confronto didattico con l’osservazione che più spesso, in questi anni di taratura nelle classi del nostro lavoro, mi è stata fatta. Non vorrei che la mia risposta apparisse ambigua; in tal caso, consiglio di avere pazienza e leggere il mio intervento fino in fondo. Allora: «Civiltà in rete» è difficile? Dipende. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inauguro questo spazio di confronto didattico con l’osservazione che più spesso, in questi anni di taratura nelle classi del nostro lavoro, mi è stata fatta. Non vorrei che la mia risposta apparisse ambigua; in tal caso, consiglio di avere pazienza e leggere il mio intervento fino in fondo.<br />
	Allora: «Civiltà in rete» è difficile? Dipende.<br />
	Prima di tutto sarebbe utile interrogarsi su che cos’è «Civiltà in rete». Indubbiamente è un “oggetto testuale”, ma con la caratteristica prioritaria di essere disseminato in una varietà di testi (o sottotesti?). In tal senso, la semplice lettura di una sezione del manuale staccata dalle altre può creare qualche difficoltà.<br />
	La difficoltà potrebbe invece risiedere nel capire come “trattarlo”. Difficoltà che si potrebbe superare a fronte di un’esauriente Guida alla lettura.<br />
	Può essere, infine, che la difficoltà di questo manuale risieda nella quantità di materiale che fornisce, tale da richiedere quasi una rivoluzione nella programmazione annuale. Ma se questo materiale non può essere utilizzato nella sua totalità, e se questa frammentarietà incide nella costruzione del percorso storico, allora il cerchio si chiude e «Civiltà in rete» può apparire oggettivamente un libro “difficile”. <strong>Tutto questo per dire che la presentazione di questo manuale non è una semplice operazione di marketing, ma uno spunto di riflessione sulla didattica della storia</strong>. </p>
<p>	Allora riflettiamo. Mentre «Civiltà in rete» nasceva, ha preso progressivamente forma il dibattito sui libri digitali. Fin dall’inizio era mia intenzione  scrivere un testo “diverso”, ma diverso come? L’amore per la diversità in sé è un esercizio vagamente narcisistico e sterile, soprattutto se applicato a una realtà come quella dell’educazione. Ma nel mio caso si presentava un’occasione d’oro per confrontarmi con un concetto di diversità assai concreto: <strong>la diversità del canale</strong>. Un processo di comunicazione efficace e pertinente deve incidere su tutti gli elementi che ne costituiscono la struttura: se cambia il canale – in questo caso la “rete” – il resto (codice, messaggio, sintassi ecc. ecc.) non può rimanere estraneo alla trasformazione: ne risulterebbe un ibrido privo di valore comunicativo.<br />
	Insegnare storia “in rete” richiedeva quindi una riflessione complessiva sia sulla storia che sul canale, ovvero su quali sono le proprietà strutturali che fanno di Internet quel potente mezzo di comunicazione che oggi è diventato. Ho dovuto, in altre parole, tarare le mie competenze di storico in funzione del nuovo mezzo, forzandolo ad accogliere il messaggio didattico senza storpiarlo, ma senza, a suo volta, far implodere il canale.<br />
Ne è uscito un “oggetto” che tratta di storia nei modi tipici di Internet. Il discorso, cioè, si sviluppa <strong>a più livelli di linguaggio</strong>, da quello immediato dei fatti a quello più elevato e complesso dell’interpretazione critica; esso può essere <strong>scomposto e ricomposto</strong>; il materiale non pesa ma, messo tutto insieme, assume una dimensione di tutto rispetto; può essere usato da una <strong>platea scolastica piuttosto indifferenziata</strong>, a seconda di come viene composto; può anche essere scaricato in parte gratuitamente, <strong>nello spirito libertario della “rete”</strong>.<br />
Ma «Civiltà in rete» non è solo questo. Cambiando la struttura del manuale, confezionandolo nel formato adatto ad essere trasportato lungo i fili del telefono, ho anche colto una possibilità didattica a mio parere decisiva: insegnare cos’è la ricerca storica insegnando la storia. E in tal caso, a chi vuole sperimentare il testo in tutta la sua “complessità”, si offre un itinerario di formazione davvero progressivo: perché di sezione in sezione, di parte in parte, il discorso storiografico si stratifica nei suoi elementi costitutivi: il <strong>lessico </strong>(Chiavi d’accesso), i <strong>dati </strong>(I fatti), l’<strong>interpretazione </strong>(Il contesto), la <strong>ricerca </strong>(I materiali). In un unico insieme, la storiografia come metodo si presenta allo studente in tutte le sue componenti, strutturate in modo tale da aiutarlo a crescere nella comprensione del fenomeno storico, passo dopo passo. A condizione, naturalmente, che l’insegnante sia disposto ad accompagnarlo.<br />
E allora, per tornare alla domanda iniziale: «Civiltà in rete» è difficile? Se lo trattiamo come un libro, indubbiamente sì. Ma a chi ha una certa pratica di navigazione nel WEB il nostro manuale apparirà come un “semplice” prodotto digitale, come dovrebbe essere (speriamo) un buon prodotto digitale. </p>
<p>A voi la parola&#8230;</p>
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